Intervento sen. Raffaele Fantetti su trasferimento Commercio Estero da Mise a Maeci

//Intervento sen. Raffaele Fantetti su trasferimento Commercio Estero da Mise a Maeci

Intervento sen. Raffaele Fantetti su trasferimento Commercio Estero da Mise a Maeci

Grazie Presidente. Visti i pochi minuti a disposizione, premetto che limiterò il mio intervento a quanto relativo -nel provvedimento in esame- al trasferimento al MAECI delle “funzioni esercitate dal MISE in materia di definizione delle strategie della politica commerciale e promozionale con l’estero e di sviluppo dell’internazionalizzazione del Sistema Paese”, cioè al disposto dell’art. 2.

Un errore strategico che potrebbe risultare particolarmente caro ad un Paese come il nostro, da sempre orientato ed economicamente dipendente da ampi flussi di esportazione, prevalentemente di prodotti lavorati. Presidente, colleghi: guardate a giganti delle esportazioni come il Giappone con il METI (il Ministero dell’economia, del commercio e dell’industria) o la Germania con il BMWi (il Bundesministerium für Wirtschaft und Energie, il Ministero federale dell’economia e dell’energia)

Da sempre, nel mondo, i Paesi a forte vocazione di Export organizzano le proprie relative istituzioni ed organizzazioni del commercio con l’estero nell’ambito di strutture con 3 chiare caratteristiche, l’autonomia, la concentrazione e l’ancoraggio alle categorie produttive delle merci e dei servizi esportati.

Ebbene, ahimè, con questo intervento, grazie all’inesperienza al potere del sig. Di Maio, in pochi giorni si realizzano in Italia tutti e tre gli effetti opposti: si toglie l’autonomia all’amministrazione del comparto commercio estero come è esistita finora, se ne spezzettano le competenze in diverse direzioni generali del MAECI e se ne rescindono i collegamento con le attività produttive. Complimenti! Generazioni di incapaci prima di Voi non erano riuscite a fare così tanti danni in relativamente così poco tempo!

Presidente, colleghi: lo scorso 2 ottobre, un panel arbitrale dell’Organizzazione mondiale del Commercio – WTO ha emesso la sua decisione sul livello di contromisure che gli Stati Uniti possono richiedere nei confronti dell’Unione europea e di alcuni Stati membri dell’UE (caso DS316 cd “caso Airbus”). Ai sensi della decisione dell’OMC, gli Stati Uniti potranno ora imporre nuovi dazi sulle merci provenienti dall’UE per un importo fino a 7,5 miliardi di dollari all’anno equivalente al danno economico che è stato riconosciuto dall’organo arbitrale con riferimento al periodo 2011-2013. L’ammontare è calcolato in base al livello e alla natura degli effetti distorsivi venutisi a creare a danno dell’industria aeronautica americana nel periodo 2011-2013 quale conseguenza dei sussidi europei al Consorzio Airbus. In dettaglio l’aumento dei dazi Usa si è concretizzato per noi italiani in una tariffa del 25% aggiuntivo ad valorem, alla frontiera statunitense, sulle importazioni di diversi prodotti, tra i quali quelli agroalimentari del pecorino romano, del parmigiano reggiano, del provolone e del prosciutto. Secondo stime delle associazioni di settore come Confagricoltura e Coldiretti ne sarebbe colpito mezzo miliardo di export alimentare, con particolare riguardo a Parmigiano Reggiano e Grana Padano, i prodotti italiani più tartassati perché diretti concorrenti dei prodotti caseari di un collegio elettorale (lo stato del Wisconsin) di particolare interesse del Presidente Trump.

Appare dunque evidente l’interesse del nostro paese a svolgere un’azione (ed eventualmente anche una ritorsione commerciale) persuasiva che per essere veramente “forte” deve avvenire a livello tecnico e nei confronti della competente amministrazione americana – quella preposta specificamente ai negoziati commerciali (lo USTR Office ed il Department of Commerce). Negoziati che, nell’interpretazione dei moderni rapporti internazionali, prendono talvolta le forme di vere e proprie “guerre” combattute a colpi di dazi e tariffe. Ebbene, grazie all’insipienza mista al momentaneo potere politico del sig. Di Maio, noi adesso manderemo i diplomatici a fare queste guerre. Funzionari eccellenti dello Stato nel loro settore di competenza e preparazione ma non adeguati tecnicamente, “disarmati”, per le guerre commerciali.

Speriamo solo che non vogliate far confluire anche le forze armate sotto al sig. Di Maio, perché nel caso -e nel ridicolo- questo Paese realizzerà ancora più velocemente “la decrescita felice” che avete professato, per scomparire definitivamente dal novero dei paesi sviluppati!

Difendere gli interessi delle imprese agroalimentari italiane interessate all’esportazione dei prodotti sul ricco e strategico mercato statunitense (salvaguardandone il lavoro e la ricchezza che producono per tutti) è oggi una questione di assoluta urgenza rispetto alla quale abbiamo tutti potuto constatare che persino la recente missione “diplomatica” svolta dal Presidente della Repubblica negli Stati Uniti nelle scorse settimane non ha potuto ottenere i risultati auspicati. Questo perché la politica diplomatica non coincide con quella commerciale.

Il fatto è che, nonostante la potenza militare, il Presidente Trump non commette l’errore di impelagarsi in guerre tradizionali (anzi se ne sfila sempre): sfrutta invece la potenza economica statunitense per combattere i nemici/concorrenti in guerre commerciali. Per farlo usa tutto il Know How a disposizione dei suoi esperti in materia, che sono avvocati, commercialisti e funzionari con esperienza tecnica specifica maturata nel settore in decenni di negoziati (come Lighthizer – USTR): gli USA colpiscono con armi elaborate appositamente (vedi la c.d. tecnica del “carosello”, con cui gli è possibile cambiare in ogni momento le linee tariffarie colpite al fine di massimizzare gli effetti dannosi dei dazi).

Per contrastare tali armate commerciali, noi italiani finora disponevamo di una struttura amministrativa -autonoma rispetto a quella cui competono i rapporti diplomatici- capace di intavolare un dialogo tecnico serrato con le autorità statunitensi su ogni possibile modifica della lista dei prodotti interessati dai dazi, migliorativa o comunque non peggiorativa degli interessi delle imprese italiane.

Rinunciando ora a tale autonomia rispetto ai rapporti politici (su cui –ripeto- intervengono fattori diversi da quelli meramente economico-commerciali) che talvolta possono essere risultare preminenti ed inconciliabili con quelli delle nostre imprese, perdiamo di competitività negoziale. Disperdendo questa expertise in diversi uffici ci facciamo proprio del male.

I governi della crescita italiana avevano il Ministero del Commercio con la Estero e gli “Sportelli Unici” per le imprese esportatrici: poi avevamo anche elaborato una piattaforma digitale centralizzata e innovativa (“International Trade Hub – Italia”) che siamo anche andati a presentare nei migliori consessi internazionali (WTO) raccogliendo ammirati consensi: vi avevamo concentrato la gestione digitale (B2C, B2B) di ogni istanza di Import-Export tramite collegamenti con tutti gli operatori interessati, cioè imprese, categorie professionali, banche, assicurazioni, legali, operatori dei trasporti, dogane, organizzazioni internazionali, enti fieristici, ecc.) che hanno ben poco a che fare coi diplomatici! Poi i nostri concorrenti internazionali hanno implementato tali sportelli unici digitali mentre da noi ora è arrivato il colpo finale, la dissoluzione del comparto che presiedeva ad uno dei settori più floridi della economia nazionale.

Peggio di quanto è successo col Turismo.

E pensare che l’Italia potrebbe prosperare anche solo di Turismo ed Export!

Non solo, l’unicità delle competenze in una sola Direzione Generale viene meno con la frammentazione delle funzioni di organizzazione e promozione del Commercio Estero tra varie parti dell’amministrazione del MAECI: in particolare la DGSP prenderà le competenze relative alla promozione, per una presunta “affinità di materia”, mentre la DGUE prenderà quelle sulla politica commerciale, nel cui quadro è vero che è “forte l’interlocuzione con la Commissione europea”, ma con gli uffici altamente tecnici della politica commerciale, non con quelli delle relazioni diplomatiche (come la RELEX). Forse le competenze relative ai rapporti con OCSE, G20, WTO saranno assegnate alla DGMO, mentre le competenze sul “dual use” saranno probabilmente assegnate ad un altro ufficio speciale (UAMA – l’ufficio armamenti alle dirette dipendenze del Segretario Generale degli Esteri); inoltre non è chiaro cosa avverrà delle divisioni che autorizzano le esportazioni in particolare quelle agro-alimentari.

Dal punto di vista dei processi interni accorpare le due amministrazioni porterà ritardi per gli adeguamenti amministrativi e decisionali ma ancor più ovvie complicazioni sul Personale ex MISE, la cui esperienza si perderà.

Facile dunque prevedere che questa improvvida riforma sarà causa di una probabile paralisi amministrativa, con la necessità di assumere e formare nuovo personale (mettendo a rischio il funzionamento della tecnostruttura che finora ha garantito al nostro export il supporto necessario). In primo luogo si tratta di spostare da un ministero all’altro circa 100 dipendenti pubblici: un’operazione che potrebbe andare incontro a resistenze, ricorsi, complicazioni burocratiche, ritardi non previsti; poi si dovrà tenere in conto che tipo di professionalità è necessario trasferire alla Farnesina mentre la legge si basa sul semplice dato di spostare chi faceva parte delle strutture deputate al Commercio nel MISE alla data del 4 settembre, senza indagare sulle capacità o la volontà di trasferirsi. Inoltre, abbiamo sentore del fatto che ben pochi degli attuali funzionari della DG Commercio – esperti di politica degli accordi internazionali, internazionalizzazione e promozioni degli scambi, avrebbe piacere di cambiare volentieri dicastero, cioè sede e ruoli, per il notorio atteggiamento penalizzante della speciale carriera diplomatica nei confronti dei “normali” funzionari pubblici. Gente che si è formata -si pensi ai Master specializzati, come il “COR.CE” gestito da decenni dall’ICE- specificamente alla quale questa riforma non vorrebbe neanche riconoscere definitivamente i relativi (seppur piccoli) emolumenti

A fronte di questo marasma, chi esporta potrà trovarsi di fronte a una situazione di incertezza in cui non si capisce chi dei due ministeri fa cosa, o accettare che le competenze  prima gestite in una modalità unitaria e olistica dal MISE sono frammentate nel MAECI con  il know how disperso.

Sussistono quindi seri dubbi sulla necessità ed urgenza di una tale riforma e hanno ragion d’essere anche forti questioni di costituzionalità dato che il Ministero dello sviluppo economico riunisce per lo più  materie di competenza “concorrente” (cioè  ripartite tra Stato e Regioni ex art 117 comma 3 Cost.) come il Commercio Estero oltre a energia, industria, commercio interno, ecc.  mentre invece la politica estera ed i rapporti internazionali dello Stato sono di competenza “esclusiva” ex art. 117 comma 2 cost.

Riassumendo in alcuni punti, il provvedimento de quo risulta dunque:

1) controproducente per la nostra economia – dal punto di vista economico negli ultimi 10 anni a partire dal 2010 il commercio estero è stato l’unica voce del Pil in attivo – come dimostrato dagli studi SACE / contenuti nel rapporto 2017 e in quello 2019 – e questo con la competenza dentro il MISE, dicastero dove si può portarlo avanti con l’attenzione massima alle esigenze delle Imprese che esportano: toglierlo e affidarlo ai diplomatici, che  poco i nulla sanno delle reali istanze del mondo produttivo rischia di creare un diplomazia economica che non riesce a  supportare a dovere il sistema economico italiano.

2) fuorviante per i rapporti intragovernativi – dal punto di vista amministrativo uno stretto coordinamento tra il MISE e il Ministero degli affari esteri sul piano promozionale esiste già da anni grazie alla cabina di regia per l’export (in cui sono anche coinvolti anche il MIPAAF ed il MEF): che bisogno c’è di operare un tale stravolgimento?

3) illogico nella motivazione e negli sviluppi – dal punto di vista di riparto di poteri il commercio non va confuso con la politica estera tout court (in tutti i paesi più importanti del mondo le competenze degli Esteri e del commercio estero sono ben distinte; questa riforma ci fa fare un passo indietro e ci allinea ai paesi in via di sviluppo). Bisogna tenere ferma questa distinzione di competenze altrimenti si possono confonder mezzi e fini: fine della politica commerciale è vendere il Made in Italy, non cucire alleanze, quello è il mezzo, mentre in politica estera diviene il fine!

Con lo spostamento agli Esteri il commercio internazionale soffocherà nei giochi diplomatici e negli errori di prospettiva.

4) potrebbe spostare l’asse delle alleanze dell’Italia – vista la precedente azione dell’attuale titolare della Farnesina nel caso della c.d. “Via della seta” (che peraltro crea un sistema di logistica che funzionerà solo in entrata per le merci a basso costo, come dimostrano gli ultimi dati export) disponendo che sia solo il MAECI ad occuparsi di commercio estero si rischia di piegare le esigenze del sistema produttivo alle possibili fantasie di liasons internazionali “innovative” : rischiamo la sudditanza economica alla Cina che non è una economia di mercato, concorre slealmente con noi da sempre e politicamente resta un sistema non democratico come dimostra quanto sta accadendo ad Hong Kong – in un tempo delicatissimo  in cui si deve scegliere bene da che parte stare viste le tensioni internazionali

5) potrebbe portare fuori bersaglio gli scambi –  dal punto di vista strategico commerciale degli sbocchi per il nostro Made in Italy finora con il ministro Di Maio al MISE, per dare priorità all’accordo con la Cina abbiamo trascurato gli altri mercati dove bisognava puntare con la promozione –  visti

  1. A) gli accordi ampi e dai reali vantaggi di libero scambio già esistenti (Canada, Giappone  CETA e l’EPA) che hanno aperto i mercati ricchi e precedentemente meno promettenti perchè molto protetti o quello col Vietnam (dove si stanno già trasferendo le aziende in fuga dalla Cina)
  2.        B) quelli in arrivo (Mercosur, altri paesi ASEAN) ma soprattutto
  3. C) non abbiamo presidiato il mercato maggiore del mondo (gli USA, dove invece adesso rischiamo altri dazi e dove si sarebbe dovuto lavorare per porsi come partner privilegiato in Europa, non essendo neanche membri di Airbus!).

In conclusione, le tensioni sui flussi commerciali mondiali ormai evidenti dai dati WTO e le imminenti rappresaglie commerciali di livello globale, foriere di problemi per la crescita mondiale, rendono evidente la necessità per il Paese di aver una DG tecnica presso il MISE dedicata alla policy sul commercio estero, alla promozione e all’attrazione di investimenti che sia competente, fortemente motivata e in grado di gestire un lavoro importante alla pari con altre strutture omologhe nel mondo. Questa innovazione istituzionale va nel senso opposto e per questo è sbagliata e non dovrebbe essere approvata da forze politiche competenti e responsabili.

Noi di Forza Italia infatti, non la voteremo.

Sen. Raffaele Fantetti

2019-11-07T16:31:35+00:00

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